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La DietaCOM®

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Il mio interesse per la Scienza dell’Alimentazione nacque insieme al mio interesse per la performance atletica e fisica. All’età di 17 anni ero studente al liceo classico e praticavo tutti gli sport possibili. In seguito ad un infortunio ad una gamba, che mi costrinse a sospendere per qualche mese tutti gli sport dinamici, mi dedicai solo all’allenamento coi pesi. I miglioramenti fisici e atletici ottenuti in quel periodo mi fecero capire che quella era la mia strada e intrapresi così la via della cultura fisica. Capii immediatamente che non si trattava solo di una questione di allenamento ma che la dieta rivestiva un ruolo fondamentale nello sviluppo muscolare e nella ottimizzazione della composizione corporea  cioè nella diminuzione del grasso. Mi resi anche conto che nel mondo dello sport c’era ancora grande ignoranza in merito e, quindi, dopo la maturità classica, mi avviai allo studio della Medicina e Chirurgia di cui la Scienza dell’Alimentazione era una branca. In quel periodo mi allenavo e studiavo e quando, nel 1981, decisi di partecipare al Campionato Regionale di body building, misi in pratica i miei studi teorici. Allora andava di moda, per “definirsi”, cioè perdere tutto il grasso corporeo in eccesso, la dieta” carne e acqua” ma io, fresco degli studi di biochimica del corso di medicina, seguii una dieta equilibrata con sufficienti carboidrati per evitare l’abbassamento del metabolismo basale e la neoglucogenesi che avrebbe comportato perdita di massa muscolare. Ricordo ancora gli occhi sgranati di atleti, anche loro in preparazione, che mi vedevano mangiare pasta e riso a poche settimane dalla gara. Con un’altezza di 181 cm.  gareggiai nella categoria dei pesi massimi, che allora era sopra gli 82 kg. Pesavo 81,5 e ricordo che,  poco prima di fare le operazioni dipeso,  bevvi 500 cc d’acqua, cosa, anche questa, che fece restare attoniti la maggior parte dei concorrenti che, probabilmente, erano due o tre giorni che non bevevano (allora era di moda così). Volevo vincere nella categoria dei pesi massimi……e così fu!

I miei studi non mi avevano tradito e mi avevano dato un grande vantaggio nei confronti di coloro che rimanevano ancorati a vecchie credenze e luoghi  comuni. Continuai a studiare, mi laureai in Medicina  e Chirurgia nel 1985 e, nel 1986, vinsi i Campionati Italiani di body building. Nel 1988 mi specializzai in Medicina dello Sport e nel 93 in Scienza dell’Alimentazione. Credo di essere stato uno dei primi in Italia a concepire e realizzare una totale integrazione tra attività fisica e corretta alimentazione che è il cavallo di battaglia dell’attuale moderna medicina preventiva. 25 anni fa, però, non era così, erano due mondi separati che raramente si incontravano. Eppure già nel 400 A. C. un “certo” Ippocrate aveva detto che se  trovassimo la giusta quantità e qualità di cibo e la giusta quantità e tipo di esercizio fisico per ognuno di noi, avremmo trovato la maniera di stare in salute ma, io , di Ippocrate allora conoscevo solo il giuramento che noi medici prestiamo prima di iniziare la professione e ne ignoravo invece la dottrina filosofico-scientifica che non era e non è, purtroppo, nemmeno ora materia di studi. A Ippocrate per primo dobbiamo il concetto di “unicità dell’individuo” ripreso poi nel 1956 da Roger Williams con il concetto di “individualità biochimica” e confermato, in maniera scientifica di recente, dalla nutrigenomica e dalla nutrigenetica.

In tanti anni di sperimentazione su me stesso, e avendo seguito migliaia di atleti il cui obiettivo era raggiungere la massima condizione fisica possibile con la minor percentuale di grasso sottocutaneo, mi sono reso conto che esistono delle caratteristiche biochimiche e metaboliche individuali che necessitano di approcci diversi. È un’esigenza di tutti gli atleti avere una buona percentuale di grasso corporeo e mantenere o aumentare la  muscolatura necessaria per la performance atletica. Spesso, invece, le cosiddette diete dimagranti producono una perdita di “peso” che è imputabile, per buona parte ,a perdita di massa muscolare ma questo non è accettabile dall’atleta che utilizza i muscoli per espletare le funzioni motorie tipiche del suo sport. Nel caso del body building poi l’approccio diventa ancora più dettagliato e specifico. Il body builder, in una competizione, deve dimostrare il massimo sviluppo muscolare abbinato alla massima “definizione” e non finisce qui. Il bodybuilding si rifà anche a criteri estetici per i quali sono importanti anche la simmetria e le proporzioni, cioè sia i muscoli che il grasso devono essere distribuiti in maniera omogenea: un atleta molto definito negli addominali ma grasso nelle gambe verrebbe penalizzato così come un atleta con una parte superiore più sviluppata muscolarmente rispetto alla parte inferiore del corpo o viceversa. Nel corso di più di 30 anni di esperienza e studi, rendendomi conto delle diversità morfologiche e metabolico-chimiche dei vari atleti che avevo in cura, mi sono trovato a dover praticare protocolli di allenamento e diete diversificati per poter ottenere il massimo del risultato in termini di miglioramento di tono , della massa muscolare e di dimagrimento generale e localizzato.

D’altronde, che gli individui metabolizzino i cibi in maniera differente è una cosa all’evidenza di tutti i giorni. Chi, infatti,  non conosce qualcuno che sembra poter mangiare qualsiasi cosa senza ingrassare e,  viceversa,  altri che non possono permettersi il minimo sgarro alla dieta perché aumentano  subito?  Inoltre,  alcune persone hanno bisogno di più carboidrati, altre di più proteine, altre di più grassi,  c’è chi sente l’esigenza di bere molto chi quasi non beve affatto. Senza avere specifiche allergie o intolleranze alcune persone reagiscono negativamente all’assunzione di determinati cibi che invece altre tollerano senza problemi . Questa  quotidianità testimonia l’importante verità che non esiste una dieta ideale per tutti ma che esiste una individualità biochimica che richiede un’alimentazione specifica a seconda dei biotipi . Ovviamente, essendo impossibile una generalizzazione di molteplici individualità, nel tentativo comunque di proporre una metodologia che possa essere utilizzata dai più, sono stati proposti ,nei secoli e nelle varie culture, numerosi sistemi di classificazione secondo i biotipi costituzionali. Forse la classificazione più conosciuta è quella sviluppata dal Dr William Sheldon nel suo libro “The Atlas of Man” nel quale suddivide i biotipi costituzionali in:

1)    Ectomorfo (persona magra, longilinea)

2)    Mesoformo (persona proporzionata e muscolosa)

3)    Endomorfo (persona rotonda, brevilinea)

Anche la Medicina Tradizionale Cinese propone una sua classificazione basata sui prototipi costituzionali secondo la prevalenza di uno dei cinque  elementi (terra, fuoco, legno, acqua e metallo) così come la Medicina Tradizionale Indiana Ayurvedica suddivide i biotipi, secondo il principio dei tre dosha  Vata, Pitta e Kapha e della loro prevalenza all’interno di un biotipo. Se analizziamo questa classificazione notiamo numerose analogie. Per esempio il tipo Vata denota diverse corrispondenze con la descrizione dell’ectomorfo così come il  Pitta del mesomorfo e il kapha dell’endomorfo.

Sia la Medicina Tradizionale Cinese che quella Ayurvedica però, per poter essere applicate correttamente, richiedono anni di studio in quanto particolarmente elaborate essendosi formate e sviluppate nel corso di migliaia di anni. La mentalità occidentale richiede un approccio più semplice ed immediatamente utilizzabile soprattutto da coloro che non hanno una formazione medico scientifica e comunque il metodo deve essere conforme alle conoscenze scientifiche. La semplicità di applicazione spiega il  riscontro ottenuto da alcuni tipi di diete quali, per esempio, quella dei gruppi sanguigni che suddivide gli individui secondo, appunto, il gruppo sanguigno: 0 – A – B – AB,  che non tiene conto, però, della morfologia individuale;  oppure ancora quella che considera la tipologia del metabolismo ossidativo di un individuo classificandolo in ipossidatore, iperossidatore o ossidatore misto sulla base di test comportamentali ma anche avvalendosi , più precisamente, del mineralogramma tramite l’analisi del capello. Queste classificazioni trovano larghi riscontri positivi ed io stesso ne ho tenuto conto impostando diete personalizzate ma, a mio parere, entrambi i metodi denotano alcuni limiti: quella dei gruppi sanguigni è troppo selettiva in rapporto a determinati alimenti e più valida per gli alimenti da evitare che non per quelli da consumare.

Il limite, invece, della dieta che tiene conto dei metabolismi ossidativi è quello di richiedere, per un’applicazione corretta, l’uso del mineralogramma da noi poco disponibile a livello laboratoristico. La mia esigenza ,sempre più significativamente, si rivolgeva quindi verso qualcosa che potesse, già alla prima visita, dare delle indicazioni su quale orientamento nutrizionale adottare.

Essendo  io uno specialista in Medicina dello Sport e in Scienza dell’Alimentazione, fondamentalmente, il mio lavoro da più di 25 anni è quello di impostare delle diete per migliorare le prestazioni sia di carattere atletico che estetico. Lavorando con questa tipologia di clientela mi sono più spesso trovato ad affrontare problematiche da accumulo di grasso prevalentemente localizzato, che atleti o persone dedite al fitness desiderano diminuire; molto meno frequentemente ho avuto a che fare con problematiche legate a forte sovrappeso o obesità. Ebbene in tutti questi anni ho potuto stabilire che in realtà la distribuzione del grasso differiva da persona a persona  in relazione a sesso, età, comportamenti alimentari, sport praticato, livelli ormonali e mi sono sempre posto il problema se una dieta specifica ed un altrettanto specifico allenamento potessero influenzare la perdita di grasso privilegiando le zone più colpite dall’accumulo. Personalmente, già all’inizio della mia professione medica, in virtù anche delle mie esperienze come atleta di bodybuilding,  ho sempre ritenuto che un allenamento mirato avesse un effetto sul dimagrimento localizzato e, nonostante le  evidenze scientifiche del momento  lo negassero, intuivo che anche con l’alimentazione si potessero ottenere dei risultati a livello localizzato ma non riuscivo a capire in che modo. La svolta avvenne nei primi anni 90 quando, in qualità di direttore sanitario del centro di medicina estetica Imar & Vip Clinique, mi trovai a collaborare con un’azienda che organizzava corsi di formazione per estetiste. Mi fu chiesto di curare la parte dell’alimentazione e di sviluppare le basi scientifiche di un metodo: la CRONOMOFOTERAPIA, che loro avevano appreso presso una scuola di osteopatia in Francia.

L’aspetto interessante era che questo metodo partiva dalla valutazione morfologica della distribuzione del grasso nell’individuo e, considerando le influenze ormonali nella distribuzione e nell’accumulo dello stesso, modificava la quantità e la tipologia dei macronutrienti nei vari momenti della giornata tenendo conto dei ritmi circadiani degli ormoni. Rimasi estremamente colpito da questa metodologia in quanto corrispondeva in pieno alle mie precedenti esperienze e permetteva un approccio personalizzato senza valutazioni particolarmente costose o test invasivi.

Era sufficiente avere a disposizione un metro per sarti per misurare le circonferenze ed un plicometro per misurare lo spessore del grasso sottocutaneo localizzato. Da allora ho scritto molti articoli al riguardo ed ho organizzato corsi di formazione che promuovono questo metodo.

Nel frattempo  ulteriori evidenze scientifiche emerse in riferimento al ruolo degli ormoni  nella distribuzione del grasso anche in rapporto agli effetti dell’esercizio fisico sul dimagrimento localizzato, mi hanno indotto ad approfondire il metodo tenendo in maggior conto le influenze ormonali . Dopo più di 30 anni di studi e sperimentazioni (considerando anche le mie esperienze in campo agonistico), ho sviluppato la dieta COM (C= Cronobiologia, O=Ormoni, M=Morfologia) CronOrMorfodieta. La dieta COM suddivide gli individui in 4 principali morfotipi, influenzati dalle prevalenze e carenze ormonali:

1.     IPERLIPOGENETICO – con squilibrio dell’asse ipofisi-surrene e conseguente squilibrio insulinico

2.     IPOLIPOLITICO – con squilibrio dell’asse ipofisi-gonadi e conseguente squilibrio tiroideo

3.     IPERMISTO – con squilibrio del metabolismo tiroideo e conseguente squilibrio insulinico

4.     IPOMISTO – con deficit ipofisario generalizzato

Mi soffermo per ribadire il concetto che non si tratta di una dieta “per mettersi in forma per l’estate né di una “dieta del momento” in quanto è un approccio di valutazione diagnostica ad intento multidisciplinare che tiene conto soprattutto della tipicità dell’individuo e, pertanto, deve portare ad  uno stile di vita da mantenere nel tempo  per contrastare quella predisposizione negativa causata dalla genetica, da fattori ambientali, da influenze ormonali e dallo stress. La dieta  COM si inizia e non si finisce più,nella fase dimagrante deve essere più rigida nella fase di mantenimento può essere più elastica. I suoi concetti possono essere utilizzati anche nella ricerca della massima ipertrofia e prestazione atletica.

OLYMPIAN’S – marzo/aprile 2013

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